fanculo a chi non ha iniziato niente e a te dice che è finita *

c’è tempo e modo, credetemi.
bisogna solo avere la voglia, anche se vi diranno che quella da sola non basta, che non è mai bastata.
non lasciate che siano gli altri a dirvi cosa sognare, non prendete in prestito quelli dei vostri padri ma cercatene nuovi. non ascoltate chi vi dice è andata sempre così e così sempre dovrà andare, senza possibilità di cambiare. non lasciatevi spiegare come va il mondo da chi non è mai uscito dal suo recinto, da uno sputo di paese. pensate al mondo in continua rivoluzione, pensate al passaggio dall’analogico al digitale. pensate alle conquiste sui diritti civili, sulla dignità di esseri umani, anche se ancora siamo lontani dalla perfezione. pensate al divorzio e alla liberazione che ha portato che “per sempre” è solo un modo per tenerci prigionieri. pensate alla rete, alla velocità della comunicazione, pensate se qualcuno avesse detto: restiamo ai segnali di fumo, che mi trovo bene. un’idea diversa fa sempre paura a chi per troppo tempo ha tenuto il culo sulla poltrona. non delegate, non più. non abbiate paura di stare da una parte. “libertà è partecipazione” diceva Gaber in una sua canzone ed è ancora la migliore definizione che sono riuscito a trovare.

* C’eravamo tanto sbagliati – Lo stato sociale

In fondo è bello però, il mio paese e io ci sto *

Ricordiamoci di questo, a futura memoria:
mettere i figli, i nipoti, i cugini idioti, i parenti tutti, i congiunti, gli amici cari, i colleghi, i trombati politici, nelle pubbliche amministrazioni, nei posti chiave dirigenziali, in un cazzo di ufficio sperduto nella provincia remota, con le, manco tanto nascoste, raccomandazioni, con lo scavalcamento delle graduatorie, con le solite spintarelle all’italiana, alla lunga si paga, perché quest’emergenza, ancora più della normale quotidianità, ha mostrato tutta l’incapacità di una classe dirigente che non prevede, non coltiva, non controlla, non informa, non pensa a lungo termine, se non per il proprio tornaconto personale, magari la propria pensione. E poi quando l’imprevedibile accade ci troviamo senza scudi, senza difese, e senza nessuno che sappia agire come si deve, o per lo meno parlare in modo adeguato, pronto solo a fare il solito gioco, l’infinito e collaudato scaricabarile. Senza vergogna, ma con presunzione. Chi ci sta fregando il presente, cercherà di fotterci anche il futuro.

* E io ci sto – Rino Gaetano

ho valutato i pro e i contro di una vita rampante, scoprendo che l’amore passa l’herpes è per sempre *

Come fai a riconoscere il vero amore? Sembrerebbe il più vecchio dilemma universale, dai tempi della ragione. O per lo meno dai tempi in cui è diventato un tema centrale, il grande imbroglio del romanticismo, la grande beffa di un universo a due dimensioni. Insomma, come si riesce tra miliardi di persone a capire che la persona che abbiamo vicino sia, risolvendo tutte le equazioni, la più adatta a starci accanto? Unica soluzione possibile o la più conveniente in termini di utilità di ritorno? Per secoli in molti si sono addentrati nei meandri dei meccanismi contorti delle relazioni sentimentali, con diversi punti di vista. Quali sono le affinità da guardare? Quali caratteristiche prendere in considerazione? Chi si somiglia si piglia o gli opposti si attraggono? Ecco la domanda. Ovviamente non c’è soluzione. Ovviamente ce ne sono infinite. Ma come riconoscere la propria? A questo pensava il protagonista di questa storia, pensava alle storie finite e a quello che non aveva funzionato, pensava alle promesse che non erano riusciti a mantenere e badate bene tutti ne facciamo, anche senza accorgercene. In una maniera talmente naturale da sembrare innata, intrinseca del gioco. Parte essenziale. Promettersi qualcosa, promettersi la vita. Pensava alle scelte sbagliate, alle parole fraintese. A quanto si poteva essere stronzi, egoisti, ipocriti. Pensava all’abitudine di certi gesti automatici, che perdevano il loro significato, diventando col tempo solo routine, senza nessuno slancio. Nasciamo incendiari e moriamo pompieri, come le storie d’amore. Tutta quella voglia di non perdersi nemmeno un attimo, quella frenesia, quelle stronzate fatte per dimostrare di essere diversi, all’altezza. E poi piano piano adagiarsi su quel sentimento in un continuo livellamento di tutto. C’è chi si sposa quando arriva a questa fase. Quando si crede di aver raggiunto un equilibrio. Ma è davvero equilibrio o solo rassegnazione, accettazione? Può essere l’idea della felicità, in quanto tale, un sedativo? Un’anestesia emozionale? Perché tutto ci porta a ragionare in questo senso. L’idea di stare tranquilli, di smussare gli angoli, eliminare le divergenze, azzerare i contrasti. Ma non era ugualmente soddisfacente spingere al massimo le emozioni. L’adrenalina di certe notti insonni, di certe corse di disperate. Inseguire qualcosa, conquistarlo e poi non dargli più quell’importanza necessaria. Incorporarla e recintarla. Forse per questo motivo tante storie finiscono con le stesse frasi di circostanza. Una volta eri diverso, non ti riconosco. Quando ormai è troppo tardi. Molto spesso fingiamo di essere quello che non siamo solo perché non ci sentiamo all’altezza. Solo perché vogliamo essere diversi o semplicemente pensiamo che potremmo essere migliori in una determinata maniera. Ma il corteggiamento è solo una fase transitoria, molto spesso guidata più dal corpo che dal cervello. Guidata, forse, più dagli ormoni che altro. Allora ragioniamo col cazzo e cerchiamo di dimostrare di essere veri uomini, nella concezione attuale del termine, che ha subito diversi cambiamenti ma rimane sempre in primo piano. Ma poi questa fase transitoria passa e ognuno inizia a mostrarsi per quello che veramente è, può piacere o meno, perché non potremmo mai fingere all’infinito. Finché morti non ci separi. C’è chi riesce a resistere più a lungo, magari anni, prima di rivelarsi. Ma non c’è scampo, alla fine tutti tiriamo fuori il nostro vero io. E allora che fine faranno le portiere della macchina aperte ai primi appuntamenti? I regali per le ricorrenze varie, anche le più stupide, come sanvalentino? dove andranno a finire i fiori e i cioccolatini? diventeranno solamente un ricordo lontano, quasi da sembrare la vita di qualcun altro. O semplicemente la storia di qualcun altro.

* Non si esce vivi dagli anni ’80 – Afterhours

anche se allora vi siete assolti, siete lo stesso coinvolti *

Ma stavo parlando di mafia. Anzi volevo parlarne. Qualcuno dice che non esiste più, qualcuno che non è mai esistita. Falcone diceva che è fatta da uomini e quindi in quanto tale potrà essere sconfitta. Falcone ha dato la sua vita, solo per essere ricordato il giorno dell’anniversario della sua morte. Come tanti altri. Si rispolverano vecchie fotografie e vecchie frasi significative e poi finita la giornata si ritirano e si conservano nei cassetti e negli scompartimenti della memoria, giusto per essere tirate fuori fra trecentosessantacinque giorni. La mafia è fatta di uomini, dagli uomini. Questo è vero. Ma è anche un concetto radicato nel nostro modo di vivere, anche in piccole dosi. Certo esistono posti in cui le dosi sono massicce. In cui la mafia non è solo un concetto, ma un’identità. Ci sono posti in Italia in cui lo stato è, ancora, escluso e assente. In cui le regole si piegano, le leggi vengono respinte al mittente. In cui lo stato non ha nessuna importanza o rilevanza. Anzi, viene visto solo come un nemico. Ora gran parte di questo è dovuto alla politica, al modo di gestire la cosa pubblica. Quando senti un politico dire che bisogna abbassare le tasse perché è insopportabile che lo Stato si prenda tutti i vostri guadagni, se ci pensiamo bene è una sorta di pensiero mafioso. Il politico ammicca, mentre dipinge lo Stato che rappresenta come un nemico del popolo. Sanguisuga e ingiusto. E molti di noi lo pensano, anzi la maggioranza. Un cane che si morde la coda. Questo è un esempio ma ne possiamo citare tanti altri. Ogni volta che si cerca di fottere lo stato. Ogni volta che deturpiamo la cosa pubblica. Ogni volta che aggiriamo le regole. Ogni volta che ci rivolgiamo ad altri per avere giustizia o conforto. Ogni volta che cerchiamo una scappatoia o una scorciatoia per arrivare a una meta, a un obiettivo. Ogni volta che davanti a un’ingiustizia restiamo in silenzio. Ogni volta che ci giriamo dall’altra parte, facendo finta di niente. Ogni volta che scambiamo un diritto per un favore. Ogni volta, non facciamo altro che alimentare un pensiero parastatale, parallelo, e il massimo esponente di questo concetto è proprio la malavita organizzata, perché nasce col nome mafia e poi a seconda del territorio o delle condizioni cambia nome e diventa camorra, ndrangheta, sacra corona, colletti bianchi, eminenze grigie. Così anche io oggi posterò una foto di Falcone, con qualche bella frase, per mettermi a posto con la coscienza, giusto fino a fine luglio, e nel mentre andrò a cercare una raccomandazione per il prossimo concorso statale.

* Canzone del maggio – Fabrizio De André

ma niente non ce la faccio mi dispiace, oggi mi state tutti sul cazzo *

Io non so più cosa mi aspetto da questo paese. Non so più se vale la pena aspettarsi qualcosa e poi puntualmente farsi deludere. Sai che potrebbe essere più semplice se solo riuscissi a dividere questo peso in due parti uguali e dimezzare la fatica. Ma non credo più nemmeno in questo. All’anima gemella. All’anima de li mortacci tua, e nostri. Per cosa poi? Per continuare a tirare avanti quest’idea della famiglia in un certo modo, in una direzione, con lo stesso senso di marcia. Passaggio obbligato per ogni essere umano, per essere accettato socialmente o per lo meno per essere considerato credibile tra tutti, tra gli idioti. Di questo stiamo parlando: di idioti. E di pezzi di merda che speculano sulle disgrazie e sulla vita delle persone, facendone di questo un progetto politico. Portando avanti, rievocandoli da un passato scuro, temi come l’odio, il razzismo, la supremazia occidentale, il sovranismo nazionale, i muri di recinzione. Non ci sono più le mezze stagioni, non sono più nemmeno le stagioni, ognuno faccia come cazzo gli pare. Dove andremo a finire quando non avremo più niente da smantellare? Non insegnate ai bambini la vostra morale, cantava Gaber in una canzone e quanto cazzo aveva ragione.

* Canta che ti passa – Zen Circus

Io vorrei che tu, che tu avessi qualcosa da dire, che parlassi di più, che provassi una volta a reagire, ribellandoti a quell’eterno incanto per vederti lottare contro chi ti vuole così, innocente e banale donna *

Mare, solitudine e malinconia. Un bel miscuglio per un racconto, mentre in sottofondo una canzone non fa che alimentare tutto. Posso essere molto più bravo di così, se voglio. Ma ho capito molte cose. Ho capito che è veramente difficile, se non impossibile, superare le abitudini, rinunciare a tutta una serie di consuetudini e ricominciare con delle altre nuove. Loro ti vogliono così e tu non puoi deluderli. Non più. Sono stato un personaggio scomodo nella tua vita e lo sono ancora. Nonostante tutto o malgrado tutto. Le famiglie che fanno sodalizi ancora prima dei figli, instaurando rapporti duraturi e confidenziali, come si può dare una scossa a tutto questo, rompendo gli equilibri, solo per un capriccio? Solo per una stronzata che molti chiamano amore, quasi sempre sconveniente? Non puoi, quindi silenziosamente ti appresti a seguire passo a passo il corso “naturale” che tutto questo comporta. Senza obiezioni. Senza esitazioni. Se non quelle avute in quelle notti clandestine a fare finta di vivere un’altra vita. A fare finta di scrivere un’altra storia. Dimenticare tutto, almeno su quel letto. In quell’intrecciarsi di corpi, sorrisi e, infine, lacrime. Calde e profonde. E poi silenzio, fino a non sentirne più il rumore. Fino a quando non farà più male.

* … e poi mi parli di una vita insieme – Vasco Rossi

bisogna saperlo prima che dopo non c’è lavoro, prima, capito *

Volevi fare l’insegnante? Prendevi un tintu diploma magistrale (alla siciliana) oppure una laurea se proprio volevi strafare e il gioco era fatto, non senza sbattimenti certo, ma almeno seguivi un percorso. Ora invece, ti laurei, poi devi vedere a quale classe di concorso puoi accedere, integrare se ti mancano i crediti formativi per qualche insegnamento, prima c’era la specializzazione, poi l’hanno tolta, poi rimessa con un altro nome, poi tolta ancora, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui c’è un corso Pre-fit per accedere al corso Fit, che nell’eventualità dura tre anni e poi se tutto va bene, emigri. Che suona un pò tipo come se ti dicessero: sai vai benissimo così, quello che hai fatto fino ad ora è ottimo, complimenti veramente, però, se riesci a fare anche quest’altro sei al top. Per poi, appena concluso quell’altro sentirsi dire le stesse cose, magari pure e se me lo dicevi prima! Ma il futuro non doveva semplificarci la vita? L’altro giorno ho sentito che per accedere a un test, devo fare un pre-test! E’ la logica di chi la dura la vince oppure semplicemente allungare il percorso per fare in modo che chi se lo può permettere, economicamente soprattutto, può andare avanti e chi non può, semplicemente, se lo prende nel culo.

Quindi, ve lo dico io perché non faccio lo scrittore o per lo meno perché non ci provo a farlo. Fondamentalmente, perché questo è un paese di merda, che nonostante crede di aver superato certe cose col tempo, con le lotte degli altri, ancora se le porta dentro e per certi versi ne va fiero e ringrazia il cielo quando ne ha occasione. Siamo un paese in cui ancora, e oggi in questi tempi di crisi ancora di più, essere “figli di” diventa fondamentale e per certi versi ne delinea le dinamiche sociali e ne stabilisce ruoli e direzioni, livelli, sottolivelli e categorie. Fateci caso, negli ultimi dieci anni, dopo anni di pseudo liquidità sociale, facendo finta di dire “ognuno può essere quello che vuole”, si sta tornando a ragionare per strati, a caste. E allora non sorprendetevi se i figli, che ne so, dei poliziotti fanno i poliziotti. Anche se poi senti i padri fare affermazioni tipo: mio figlio ha studiato tanto si è fatto un culo così per superare quel concorso. Certo, sicuro. Com’è sicuro che non c’entra un cazzo che lui faccia lo stesso mestiere da anni. Pure coincidenze. In realtà, sono diventato meno ingenuo e non mi lascio più ingannare dai colpi di fortuna altrui, che per puro caso, oltre all’impegno costante, hanno ottenuto un lavoro inaccessibile per molti. Ma facciamo ancora finta di vivere in un paese col “sogno americano” ancora vivo e vegeto. Mi sono rotto le palle di tutta questa farsa, di questo politicamente corretto e dello spreco generato da una generazione che ha derubato i propri figli di tutte le possibilità, o almeno di gran parte di queste, per vivere un presente che non poteva permettersi. E ora ritorna ancora per derubare le possibilità ai figli degli altri. Ecco io non faccio lo scrittore per vivere ma l’operaio perché questo è il mio retaggio. Perché questo ho avuto, questo ho conosciuto e qui è dove mi trovo a mio agio e soprattutto questo mi fa campare, sopravvivere e restare a galla nella merda di tutti i giorni, senza per forza perdere la mia dignità.

* Se me lo dicevi prima – Enzo Jannacci