memory is a stranger, history is for fools *

forse
é più semplice
odiare
perché si può
costruire in serie
senza sfumature

* Perfect sense (part 1) – Roger Waters

tonno in scatola

Io vorrei veramente scrivere un libro, ma non come quelli che dicono: ho fatto talmente tante cose nella mia vita che potrei scrivere un libro. Non in questo senso, non con questo tono di vanto. Il problema della cosa, cioè del non riuscire a farlo, sta semplicemente nel fatto di essere troppo critici con se stessi. Io non credo di avere una vita interessante, una vita straordinaria da lasciare a bocca aperta gli spettatori o i lettori. Ho avuto una vita “normale”, la sto ancora avendo, con tutti gli alti e bassi. In perfetta linea media con la gran parte di quelli della mia età. Quindi, io non voglio raccontare la mia storia, non voglio fare il protagonista, vorrei mettere in fila parola dopo parola, per costruire una narrazione generazionale, in maniera forse meno razionale e più passionale, di una storia comune a tanti, che sta caratterizzando i tempi che corrono, che ci lascia l’amaro in bocca, che ci fa disgustare, sentirci umiliati, maltrattati, da un paese e una classe dirigente, e da quelle che si sono succedute, che non hanno fatto altro se non, magari inconsapevolmente, colpire ripetutamente e costantemente il futuro, fino a renderlo precario. Fino a rendere precari tutti quelli che ne avrebbero fatto parte. Compreso me. Compreso milioni di ragazzi e ragazzi, ormai meno giovani di quanto vogliono farci credere di essere, a cui hanno tolto orizzonti da guardare e sogni da inseguire. Senza nessuna pietà. La generazione dei nostri genitori probabilmente credeva di fare il meglio possibile, prendendo in prestito, senza prospettiva di pagarlo o di restituirlo, un presente che non poteva minimamente permettersi. Tutto e subito e chi verrà dopo che si fotta. Senza un minimo di lungimiranza, senza nessuna prospettiva. Ciecamente e avidamente, nascosti dietro al dito del solito luogo comune di farlo per i propri figli, quando proprio a quei figli, alla fine, hanno tolto gran parte delle possibilità. Non serve un genio o un grande statista per analizzare la situazione. Se ci ritroviamo in un paese in cui la disoccupazione giovanile dilaga e sembra non accennare a fermarsi. In un paese in cui ancora fino a quarant’anni sei ancora considerato giovane. Un paese che ti costringe a fuggire se hai un minimo di ambizione, ma soprattutto talento e non hai un culo da leccare, un piede pronto a darti la giusta pedata per farti entrare nei posti che contano. Un paese in cui la cultura è vista più come un peso, un costo, piuttosto che una risorsa, necessaria e indispensabile. Tanto noi abbiamo i monumenti, a cosa cazzo ci serve la cultura. Un paese, vorrei dire fermo, ma invece mi accorgo che torna indietro, a prendere il peggio, però. Un paese che da secoli si culla sugli allori dei bei tempi che furono, genitore di uomini che hanno fatto grandi cose, in tutti le declinazioni possibili. E ora? Questo genitore ripudia e umilia questi nuovi figli, che potrebbero, avendone occasione, riportare un minimo di quel prestigio. Oggi festeggiamo i cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, con tanto orgoglio, promuovendo mostre e quant’altro, ma cosa facciamo ogni giorno a tutti quei possibili Leonardo da Vinci, se non dirgli: le cose funzionano in questo modo. Quella è la porta, buona fortuna. Non ci pensiamo a queste cose. Non ci pensiamo perché non riusciamo ad avere la giusta distanza, per poterla guardare in maniera lucida. E non possiamo permetterci nemmeno di scendere in piazza e protestare o cercare di fare una sorta di rivoluzione, ricambio generazionale con conseguente ricambio di pensiero. Per una questione di sopravvivenza. La sopravvivenza ci fotte, questa è la verità. Siamo precipitati di nuovo alla base della piramide dei bisogni di Maslow. Ho studiato economia, ogni tanto la rispolvero giusto per far capire di non aver sprecato tempo. Non possiamo permetterci di puntare al vertice, non possiamo pensare alla nostra autorealizzazione, se prima non riusciamo a soddisfare quei bisogni primari, come per esempio nutrirci. Quindi la gran parte di questi giovani, di questi figli che potrebbero fare la differenza, preferisce andare via, oppure adattarsi per resistere, senza ambizioni, lasciando i posti di opinion leader, di capopopolo a chi può permetterselo, con risultati che sono ben visibili. Abbiamo una classe dirigente per la maggior parte vecchia e autoreferenziale, che non fa altro che autoalimentarsi e autoproclamarsi. Da quasi vent’anni, cioè da quando ho iniziato a votare, non faccio altro che vedere le stesse facce nei posti più prestigiosi. Poi arrivano queste nuove leve e tu pensi che possa essere la volta buona per, almeno, una leggera scossa. Ma poi quasi quasi rimpiangi i vecchi. La politica che diventa semplicemente un mestiere e non un mezzo per poter fare qualcosa, veramente, per il proprio paese. Un modo di sfuggire alla disoccupazione, come un tempo si diceva per le forze dell’ordine. Non voglio fare un saggio politico. Non voglio fare demagogia o populismo, che già bastano gli slogan di questi giovani al potere che avrebbero dovuto rivoltare tutto come una scatoletta di tonno, invece, nella loro inettitudine si sono tagliati con la linguetta, senza riuscire nemmeno ad aprirla.

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