ma niente non ce la faccio mi dispiace, oggi mi state tutti sul cazzo *

Io non so più cosa mi aspetto da questo paese. Non so più se vale la pena aspettarsi qualcosa e poi puntualmente farsi deludere. Sai che potrebbe essere più semplice se solo riuscissi a dividere questo peso in due parti uguali e dimezzare la fatica. Ma non credo più nemmeno in questo. All’anima gemella. All’anima de li mortacci tua, e nostri. Per cosa poi? Per continuare a tirare avanti quest’idea della famiglia in un certo modo, in una direzione, con lo stesso senso di marcia. Passaggio obbligato per ogni essere umano, per essere accettato socialmente o per lo meno per essere considerato credibile tra tutti, tra gli idioti. Di questo stiamo parlando: di idioti. E di pezzi di merda che speculano sulle disgrazie e sulla vita delle persone, facendone di questo un progetto politico. Portando avanti, rievocandoli da un passato scuro, temi come l’odio, il razzismo, la supremazia occidentale, il sovranismo nazionale, i muri di recinzione. Non ci sono più le mezze stagioni, non sono più nemmeno le stagioni, ognuno faccia come cazzo gli pare. Dove andremo a finire quando non avremo più niente da smantellare? Non insegnate ai bambini la vostra morale, cantava Gaber in una canzone e quanto cazzo aveva ragione.

* Canta che ti passa – Zen Circus

tonno in scatola

Io vorrei veramente scrivere un libro, ma non come quelli che dicono: ho fatto talmente tante cose nella mia vita che potrei scrivere un libro. Non in questo senso, non con questo tono di vanto. Il problema della cosa, cioè del non riuscire a farlo, sta semplicemente nel fatto di essere troppo critici con se stessi. Io non credo di avere una vita interessante, una vita straordinaria da lasciare a bocca aperta gli spettatori o i lettori. Ho avuto una vita “normale”, la sto ancora avendo, con tutti gli alti e bassi. In perfetta linea media con la gran parte di quelli della mia età. Quindi, io non voglio raccontare la mia storia, non voglio fare il protagonista, vorrei mettere in fila parola dopo parola, per costruire una narrazione generazionale, in maniera forse meno razionale e più passionale, di una storia comune a tanti, che sta caratterizzando i tempi che corrono, che ci lascia l’amaro in bocca, che ci fa disgustare, sentirci umiliati, maltrattati, da un paese e una classe dirigente, e da quelle che si sono succedute, che non hanno fatto altro se non, magari inconsapevolmente, colpire ripetutamente e costantemente il futuro, fino a renderlo precario. Fino a rendere precari tutti quelli che ne avrebbero fatto parte. Compreso me. Compreso milioni di ragazzi e ragazzi, ormai meno giovani di quanto vogliono farci credere di essere, a cui hanno tolto orizzonti da guardare e sogni da inseguire. Senza nessuna pietà. La generazione dei nostri genitori probabilmente credeva di fare il meglio possibile, prendendo in prestito, senza prospettiva di pagarlo o di restituirlo, un presente che non poteva minimamente permettersi. Tutto e subito e chi verrà dopo che si fotta. Senza un minimo di lungimiranza, senza nessuna prospettiva. Ciecamente e avidamente, nascosti dietro al dito del solito luogo comune di farlo per i propri figli, quando proprio a quei figli, alla fine, hanno tolto gran parte delle possibilità. Non serve un genio o un grande statista per analizzare la situazione. Se ci ritroviamo in un paese in cui la disoccupazione giovanile dilaga e sembra non accennare a fermarsi. In un paese in cui ancora fino a quarant’anni sei ancora considerato giovane. Un paese che ti costringe a fuggire se hai un minimo di ambizione, ma soprattutto talento e non hai un culo da leccare, un piede pronto a darti la giusta pedata per farti entrare nei posti che contano. Un paese in cui la cultura è vista più come un peso, un costo, piuttosto che una risorsa, necessaria e indispensabile. Tanto noi abbiamo i monumenti, a cosa cazzo ci serve la cultura. Un paese, vorrei dire fermo, ma invece mi accorgo che torna indietro, a prendere il peggio, però. Un paese che da secoli si culla sugli allori dei bei tempi che furono, genitore di uomini che hanno fatto grandi cose, in tutti le declinazioni possibili. E ora? Questo genitore ripudia e umilia questi nuovi figli, che potrebbero, avendone occasione, riportare un minimo di quel prestigio. Oggi festeggiamo i cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, con tanto orgoglio, promuovendo mostre e quant’altro, ma cosa facciamo ogni giorno a tutti quei possibili Leonardo da Vinci, se non dirgli: le cose funzionano in questo modo. Quella è la porta, buona fortuna. Non ci pensiamo a queste cose. Non ci pensiamo perché non riusciamo ad avere la giusta distanza, per poterla guardare in maniera lucida. E non possiamo permetterci nemmeno di scendere in piazza e protestare o cercare di fare una sorta di rivoluzione, ricambio generazionale con conseguente ricambio di pensiero. Per una questione di sopravvivenza. La sopravvivenza ci fotte, questa è la verità. Siamo precipitati di nuovo alla base della piramide dei bisogni di Maslow. Ho studiato economia, ogni tanto la rispolvero giusto per far capire di non aver sprecato tempo. Non possiamo permetterci di puntare al vertice, non possiamo pensare alla nostra autorealizzazione, se prima non riusciamo a soddisfare quei bisogni primari, come per esempio nutrirci. Quindi la gran parte di questi giovani, di questi figli che potrebbero fare la differenza, preferisce andare via, oppure adattarsi per resistere, senza ambizioni, lasciando i posti di opinion leader, di capopopolo a chi può permetterselo, con risultati che sono ben visibili. Abbiamo una classe dirigente per la maggior parte vecchia e autoreferenziale, che non fa altro che autoalimentarsi e autoproclamarsi. Da quasi vent’anni, cioè da quando ho iniziato a votare, non faccio altro che vedere le stesse facce nei posti più prestigiosi. Poi arrivano queste nuove leve e tu pensi che possa essere la volta buona per, almeno, una leggera scossa. Ma poi quasi quasi rimpiangi i vecchi. La politica che diventa semplicemente un mestiere e non un mezzo per poter fare qualcosa, veramente, per il proprio paese. Un modo di sfuggire alla disoccupazione, come un tempo si diceva per le forze dell’ordine. Non voglio fare un saggio politico. Non voglio fare demagogia o populismo, che già bastano gli slogan di questi giovani al potere che avrebbero dovuto rivoltare tutto come una scatoletta di tonno, invece, nella loro inettitudine si sono tagliati con la linguetta, senza riuscire nemmeno ad aprirla.

davanti ad un distributore automatico di fiori dell’aeroporto di Bruxelles, anch’io chiuso in una bolla di vetro *

e invece di fare il nostro gioco
finiamo sempre in cunicolo
a scivolare a fondo
ad andare indietro
a prendere il peggio
panem et circenses
e tutto il resto
non ha più importanza
basta qualche culo
e qualche risata finta
per non pensare più
al dramma che ci circonda
il mondo si sbriciola
sotto i nostri piedi
e l’unica cosa
a cui riusciamo a pensare
è il denaro
l’apparire che supera l’essenza
quasi senza vergogna
nessun pudore
ad ogni costo
l’ostentazione
gli oggetti che hanno più rilevanza
dell’essere umano stesso
e se non mi vedi in televisione
io non esisto
e non ho nessuna voce in capitolo
nella guerra degli standard
vince chi riesce a colpire alla pancia
non sappiamo più costruire una ruota
ma non possiamo vivere senza
il tripudio dell’ignoranza
e chi potrebbe fare la differenza
per non essere emarginato
si adegua di conseguenza
e allora cosa vogliamo insegnare ai nostri figli
se ancora noi stessi non abbiamo
imparato nulla del passato,
dalla storia che ci ha preceduto?
cosa vogliamo dire
se non abbiamo nulla da obiettare
se ci siamo arresi al mondo per convenzione
e forse pure per convenienza
facendoci distrarre senza opporre resistenza
adagiati sui cuscini della finta opulenza
di un presente a debito
che non sapevamo di non poterci permettere
e, soprattutto, pagandone ogni conseguenza
quale autorità, quale dignità, possiamo avere
se non abbiamo fatto nessuna rivoluzione?
se abbiamo subito tutto
come se fosse l’unico percorso normale?
l’unica strada possibile da seguire
e se qualcuno ha qualcosa da dire
siete pregati di parlare
o di non dire nulla
fino all’estinzione

* Davanti ad un distributore automatico di fiori dell’aeroporto di Bruxelles, anch’io chiuso in una bolla di vetro – Lucio Battisti

bisogna saperlo prima che dopo non c’è lavoro, prima, capito *

Volevi fare l’insegnante? Prendevi un tintu diploma magistrale (alla siciliana) oppure una laurea se proprio volevi strafare e il gioco era fatto, non senza sbattimenti certo, ma almeno seguivi un percorso. Ora invece, ti laurei, poi devi vedere a quale classe di concorso puoi accedere, integrare se ti mancano i crediti formativi per qualche insegnamento, prima c’era la specializzazione, poi l’hanno tolta, poi rimessa con un altro nome, poi tolta ancora, fino ad arrivare ai giorni nostri in cui c’è un corso Pre-fit per accedere al corso Fit, che nell’eventualità dura tre anni e poi se tutto va bene, emigri. Che suona un pò tipo come se ti dicessero: sai vai benissimo così, quello che hai fatto fino ad ora è ottimo, complimenti veramente, però, se riesci a fare anche quest’altro sei al top. Per poi, appena concluso quell’altro sentirsi dire le stesse cose, magari pure e se me lo dicevi prima! Ma il futuro non doveva semplificarci la vita? L’altro giorno ho sentito che per accedere a un test, devo fare un pre-test! E’ la logica di chi la dura la vince oppure semplicemente allungare il percorso per fare in modo che chi se lo può permettere, economicamente soprattutto, può andare avanti e chi non può, semplicemente, se lo prende nel culo.

Quindi, ve lo dico io perché non faccio lo scrittore o per lo meno perché non ci provo a farlo. Fondamentalmente, perché questo è un paese di merda, che nonostante crede di aver superato certe cose col tempo, con le lotte degli altri, ancora se le porta dentro e per certi versi ne va fiero e ringrazia il cielo quando ne ha occasione. Siamo un paese in cui ancora, e oggi in questi tempi di crisi ancora di più, essere “figli di” diventa fondamentale e per certi versi ne delinea le dinamiche sociali e ne stabilisce ruoli e direzioni, livelli, sottolivelli e categorie. Fateci caso, negli ultimi dieci anni, dopo anni di pseudo liquidità sociale, facendo finta di dire “ognuno può essere quello che vuole”, si sta tornando a ragionare per strati, a caste. E allora non sorprendetevi se i figli, che ne so, dei poliziotti fanno i poliziotti. Anche se poi senti i padri fare affermazioni tipo: mio figlio ha studiato tanto si è fatto un culo così per superare quel concorso. Certo, sicuro. Com’è sicuro che non c’entra un cazzo che lui faccia lo stesso mestiere da anni. Pure coincidenze. In realtà, sono diventato meno ingenuo e non mi lascio più ingannare dai colpi di fortuna altrui, che per puro caso, oltre all’impegno costante, hanno ottenuto un lavoro inaccessibile per molti. Ma facciamo ancora finta di vivere in un paese col “sogno americano” ancora vivo e vegeto. Mi sono rotto le palle di tutta questa farsa, di questo politicamente corretto e dello spreco generato da una generazione che ha derubato i propri figli di tutte le possibilità, o almeno di gran parte di queste, per vivere un presente che non poteva permettersi. E ora ritorna ancora per derubare le possibilità ai figli degli altri. Ecco io non faccio lo scrittore per vivere ma l’operaio perché questo è il mio retaggio. Perché questo ho avuto, questo ho conosciuto e qui è dove mi trovo a mio agio e soprattutto questo mi fa campare, sopravvivere e restare a galla nella merda di tutti i giorni, senza per forza perdere la mia dignità.

* Se me lo dicevi prima – Enzo Jannacci

to drink or not to drink, to think or not to think, some choose to dismember, you’re rising your thoughts *

cosa voglio fare realmente?
cosa volete fare, voi, realmente?
io starei così con queste
cuffie sul letto a scrivere
storie da raccontare
cercando di trovare
parole per sostituire
la paura di non riuscire
a fare, realmente, niente
prendendo ancora tempo
come ultimo desiderio
concesso a un condannato
alla pena capitale
non ho aspirazioni particolari
e non ricevo motivazioni
dal mondo esterno
a volte, mi sento estraneo
a questa realtà
a questo correre veloci
alle pacche sulle spalle
prima di essere pugnalati
non sono pronto a
frasi preconfezionate
emozioni surgelate
a sorrisi fasulli
solo per convenzione
a leccare un culo
solo per un favore
a un matrimonio
solo per tradizione
e allora cosa sono realmente?
un alieno?
un abbozzo?
un passaggio dell’evoluzione?
non sono ancora pronto
per la catalogazione
e forse
non lo sono mai stato

* Fuck all the perfect people – Chip Taylor & The New Ukrainians

sbronze e palle di natale

certe volte mi manchi
come se fossi reale
e vorrei poterti dire
cosa vorrei cambiare
dove vorrei andare
tra quali braccia
mi voglio rifugiare
continuo ad indugiare
a sperare in questa
disperazione
continuo a lasciare
pezzi di parole
pezzi di cuore
pezzi di rivoluzione
in posti che non riesco
più a ricordare
ma soprattutto
ora dopo ogni sbronza
impiego molto più tempo
per recuperare