che questa maledetta notte dovrà pur finire *

come siamo arrivati
a questo punto?
ogni tanto
ve lo chiedete pure voi?
questo decadimento lento
a piccoli passi
verso il baratro
dell’inumanità

dalla mia stanza
posso comunicare
con qualsiasi posto
nel mondo
ma è lì che resto
quelle mura difendo
e se posso
tutto il resto offendo
e molto spesso,
non so manco di
che cazzo sto parlando

e allora
ci rassegneremo a questa
involuzione?
oppure,
cercheremo di reagire
a quest’odio irrazionale?
la cultura ci potrà salvare
ma prima, chiamami ancora
amore

* Chiamami ancora amore – Roberto Vecchioni

quando io sto fermo è perché ho qualcosa in mente *

se ti vedo e non mi viene voglia
di mandarti a fanculo
ho fatto passi da gigante
per uscire da quel tunnel
d’impotenza
quando il mondo sembra
crollarti addosso
e sei completamente solo
magari, al buio
e urlare è solo un modo
per farsi sentire
ma non è di nessun aiuto
e consuma pure ossigeno
non sono mai stato bravo a mentire
tanto meno riuscire a conviverci
anche se ho tenuto dentro
molti segreti
e per non impazzire
li ho dovuti lasciare in quaderni
nascosti in cassetti a caso
che ogni tanto rileggo
per vedere se siano stati
almeno reali
e puntualmente
sembrano vite passate
che quasi non mi appartengono
che guardo con un certo distacco
e un senso di compassione,
a volte, fuori luogo
non sono mai stato bravo
a mentire
soprattutto a me stesso
anche con tutto l’impegno
che posso
e quando mi guardo allo specchio
mi vedo più vecchio
e anche se ultimamente
molto più spesso odio questo posto
non ho nessun rimpianto
ve lo garantisco

* Sono=sono – Bluvertigo

anche se allora vi siete assolti, siete lo stesso coinvolti *

Ma stavo parlando di mafia. Anzi volevo parlarne. Qualcuno dice che non esiste più, qualcuno che non è mai esistita. Falcone diceva che è fatta da uomini e quindi in quanto tale potrà essere sconfitta. Falcone ha dato la sua vita, solo per essere ricordato il giorno dell’anniversario della sua morte. Come tanti altri. Si rispolverano vecchie fotografie e vecchie frasi significative e poi finita la giornata si ritirano e si conservano nei cassetti e negli scompartimenti della memoria, giusto per essere tirate fuori fra trecentosessantacinque giorni. La mafia è fatta di uomini, dagli uomini. Questo è vero. Ma è anche un concetto radicato nel nostro modo di vivere, anche in piccole dosi. Certo esistono posti in cui le dosi sono massicce. In cui la mafia non è solo un concetto, ma un’identità. Ci sono posti in Italia in cui lo stato è, ancora, escluso e assente. In cui le regole si piegano, le leggi vengono respinte al mittente. In cui lo stato non ha nessuna importanza o rilevanza. Anzi, viene visto solo come un nemico. Ora gran parte di questo è dovuto alla politica, al modo di gestire la cosa pubblica. Quando senti un politico dire che bisogna abbassare le tasse perché è insopportabile che lo Stato si prenda tutti i vostri guadagni, se ci pensiamo bene è una sorta di pensiero mafioso. Il politico ammicca, mentre dipinge lo Stato che rappresenta come un nemico del popolo. Sanguisuga e ingiusto. E molti di noi lo pensano, anzi la maggioranza. Un cane che si morde la coda. Questo è un esempio ma ne possiamo citare tanti altri. Ogni volta che si cerca di fottere lo stato. Ogni volta che deturpiamo la cosa pubblica. Ogni volta che aggiriamo le regole. Ogni volta che ci rivolgiamo ad altri per avere giustizia o conforto. Ogni volta che cerchiamo una scappatoia o una scorciatoia per arrivare a una meta, a un obiettivo. Ogni volta che davanti a un’ingiustizia restiamo in silenzio. Ogni volta che ci giriamo dall’altra parte, facendo finta di niente. Ogni volta che scambiamo un diritto per un favore. Ogni volta, non facciamo altro che alimentare un pensiero parastatale, parallelo, e il massimo esponente di questo concetto è proprio la malavita organizzata, perché nasce col nome mafia e poi a seconda del territorio o delle condizioni cambia nome e diventa camorra, ndrangheta, sacra corona, colletti bianchi, eminenze grigie. Così anche io oggi posterò una foto di Falcone, con qualche bella frase, per mettermi a posto con la coscienza, giusto fino a fine luglio, e nel mentre andrò a cercare una raccomandazione per il prossimo concorso statale.

* Canzone del maggio – Fabrizio De André

ma niente non ce la faccio mi dispiace, oggi mi state tutti sul cazzo *

Io non so più cosa mi aspetto da questo paese. Non so più se vale la pena aspettarsi qualcosa e poi puntualmente farsi deludere. Sai che potrebbe essere più semplice se solo riuscissi a dividere questo peso in due parti uguali e dimezzare la fatica. Ma non credo più nemmeno in questo. All’anima gemella. All’anima de li mortacci tua, e nostri. Per cosa poi? Per continuare a tirare avanti quest’idea della famiglia in un certo modo, in una direzione, con lo stesso senso di marcia. Passaggio obbligato per ogni essere umano, per essere accettato socialmente o per lo meno per essere considerato credibile tra tutti, tra gli idioti. Di questo stiamo parlando: di idioti. E di pezzi di merda che speculano sulle disgrazie e sulla vita delle persone, facendone di questo un progetto politico. Portando avanti, rievocandoli da un passato scuro, temi come l’odio, il razzismo, la supremazia occidentale, il sovranismo nazionale, i muri di recinzione. Non ci sono più le mezze stagioni, non sono più nemmeno le stagioni, ognuno faccia come cazzo gli pare. Dove andremo a finire quando non avremo più niente da smantellare? Non insegnate ai bambini la vostra morale, cantava Gaber in una canzone e quanto cazzo aveva ragione.

* Canta che ti passa – Zen Circus

tonno in scatola

Io vorrei veramente scrivere un libro, ma non come quelli che dicono: ho fatto talmente tante cose nella mia vita che potrei scrivere un libro. Non in questo senso, non con questo tono di vanto. Il problema della cosa, cioè del non riuscire a farlo, sta semplicemente nel fatto di essere troppo critici con se stessi. Io non credo di avere una vita interessante, una vita straordinaria da lasciare a bocca aperta gli spettatori o i lettori. Ho avuto una vita “normale”, la sto ancora avendo, con tutti gli alti e bassi. In perfetta linea media con la gran parte di quelli della mia età. Quindi, io non voglio raccontare la mia storia, non voglio fare il protagonista, vorrei mettere in fila parola dopo parola, per costruire una narrazione generazionale, in maniera forse meno razionale e più passionale, di una storia comune a tanti, che sta caratterizzando i tempi che corrono, che ci lascia l’amaro in bocca, che ci fa disgustare, sentirci umiliati, maltrattati, da un paese e una classe dirigente, e da quelle che si sono succedute, che non hanno fatto altro se non, magari inconsapevolmente, colpire ripetutamente e costantemente il futuro, fino a renderlo precario. Fino a rendere precari tutti quelli che ne avrebbero fatto parte. Compreso me. Compreso milioni di ragazzi e ragazzi, ormai meno giovani di quanto vogliono farci credere di essere, a cui hanno tolto orizzonti da guardare e sogni da inseguire. Senza nessuna pietà. La generazione dei nostri genitori probabilmente credeva di fare il meglio possibile, prendendo in prestito, senza prospettiva di pagarlo o di restituirlo, un presente che non poteva minimamente permettersi. Tutto e subito e chi verrà dopo che si fotta. Senza un minimo di lungimiranza, senza nessuna prospettiva. Ciecamente e avidamente, nascosti dietro al dito del solito luogo comune di farlo per i propri figli, quando proprio a quei figli, alla fine, hanno tolto gran parte delle possibilità. Non serve un genio o un grande statista per analizzare la situazione. Se ci ritroviamo in un paese in cui la disoccupazione giovanile dilaga e sembra non accennare a fermarsi. In un paese in cui ancora fino a quarant’anni sei ancora considerato giovane. Un paese che ti costringe a fuggire se hai un minimo di ambizione, ma soprattutto talento e non hai un culo da leccare, un piede pronto a darti la giusta pedata per farti entrare nei posti che contano. Un paese in cui la cultura è vista più come un peso, un costo, piuttosto che una risorsa, necessaria e indispensabile. Tanto noi abbiamo i monumenti, a cosa cazzo ci serve la cultura. Un paese, vorrei dire fermo, ma invece mi accorgo che torna indietro, a prendere il peggio, però. Un paese che da secoli si culla sugli allori dei bei tempi che furono, genitore di uomini che hanno fatto grandi cose, in tutti le declinazioni possibili. E ora? Questo genitore ripudia e umilia questi nuovi figli, che potrebbero, avendone occasione, riportare un minimo di quel prestigio. Oggi festeggiamo i cinquecento anni dalla morte di Leonardo da Vinci, con tanto orgoglio, promuovendo mostre e quant’altro, ma cosa facciamo ogni giorno a tutti quei possibili Leonardo da Vinci, se non dirgli: le cose funzionano in questo modo. Quella è la porta, buona fortuna. Non ci pensiamo a queste cose. Non ci pensiamo perché non riusciamo ad avere la giusta distanza, per poterla guardare in maniera lucida. E non possiamo permetterci nemmeno di scendere in piazza e protestare o cercare di fare una sorta di rivoluzione, ricambio generazionale con conseguente ricambio di pensiero. Per una questione di sopravvivenza. La sopravvivenza ci fotte, questa è la verità. Siamo precipitati di nuovo alla base della piramide dei bisogni di Maslow. Ho studiato economia, ogni tanto la rispolvero giusto per far capire di non aver sprecato tempo. Non possiamo permetterci di puntare al vertice, non possiamo pensare alla nostra autorealizzazione, se prima non riusciamo a soddisfare quei bisogni primari, come per esempio nutrirci. Quindi la gran parte di questi giovani, di questi figli che potrebbero fare la differenza, preferisce andare via, oppure adattarsi per resistere, senza ambizioni, lasciando i posti di opinion leader, di capopopolo a chi può permetterselo, con risultati che sono ben visibili. Abbiamo una classe dirigente per la maggior parte vecchia e autoreferenziale, che non fa altro che autoalimentarsi e autoproclamarsi. Da quasi vent’anni, cioè da quando ho iniziato a votare, non faccio altro che vedere le stesse facce nei posti più prestigiosi. Poi arrivano queste nuove leve e tu pensi che possa essere la volta buona per, almeno, una leggera scossa. Ma poi quasi quasi rimpiangi i vecchi. La politica che diventa semplicemente un mestiere e non un mezzo per poter fare qualcosa, veramente, per il proprio paese. Un modo di sfuggire alla disoccupazione, come un tempo si diceva per le forze dell’ordine. Non voglio fare un saggio politico. Non voglio fare demagogia o populismo, che già bastano gli slogan di questi giovani al potere che avrebbero dovuto rivoltare tutto come una scatoletta di tonno, invece, nella loro inettitudine si sono tagliati con la linguetta, senza riuscire nemmeno ad aprirla.